Quando l'arte abbraccia l'educazione




Duy Huynh artist

Quando l'Arte abbraccia l'Educazione


Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Padova

Affinità tra relazione artistica e relazione educativa

A questo punto vorrei tentare un approfondimento accostando, e lo farò comunque in sintesi, l’artista e l’educatore, vedendo che ci sono delle analogie tra la relazione artistica e la relazione educativa.
Innanzi tutto, un elemento di carattere generale che rende analoghi i due tipi di relazione è l’irripetibilità che dovrebbe caratterizzare sia la formazione nell’arte, che la formazione nell’educazione.


Duy Huynh artist

L’abilità e il compito dell’artista sta nel dare forma alla sua opera rendendola unica, originale, nuova; l’opera d’arte è il frutto, è quel di più, quell’atto creativo che nasce dalla relazione dialogica tra la substantia humana, l’essere umano, e la substantia rerum, la materia, il mondo.
Anche nell’educazione, allo stesso modo, siamo chiamati ad essere per certi versi artisti, non artigiani, con tutto il rispetto per l’artigianato.
Non facendo formazione in base a forme o a modelli precostituiti, ma nell’educazione autentica si riconosce e si valorizza l’irripetibilità di ciascuno, la novità, quel pizzico di inedito che ciascuno è, allora l’educazione è sollecitare ciascuno a promuovere le sue risorse, i suoi talenti e a diventare quella dimensione unica e irripetibile che ciascuno è ed è chiamato a diventare.


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Il conformismo, l’omologazione, la riproduzione di stereotipi mass-mediali sono, come dicevo prima, caratteristiche del nostro contesto socio-culturale, gli artisti possono invece aiutarsi, possono, credo, venire in soccorso del mondo dell’educazione che spesso è povero di poesia, perciò pesante, grigio, brutto, e possono aiutare gli educatori a mettere in atto quegli atteggiamenti che sono importanti nell’educazione e che sono importanti nell’arte.
Quali possono essere questi atteggiamenti comuni dell’artista e dell’educatore?
Un atteggiamento fondamentale è di sicuro l’accettazione dell’altro, l’accettazione dell’altra forma. Accettare dal latino “accipere” significa prendere con sé, contenere, farsi carico, farsi carico dell’altro che è sempre nuovo e diverso. È l’atteggiamento necessario dell’educatore.
Ma pensiamo all’artista che accoglie, che contiene l’opera nella sua novità, nella sua unicità, che la concepisce - concepire e accettare hanno la stessa etimologia.
Anche l’esecutore deve saper abbracciare e cogliere l’originalità di quanto il musicista, per esempio, ha creato e deve saperlo interpretare, donare, manifestare.
Perciò, l’incontro con l’opera d’arte nella sua unicità e nella sua diversità ci fa prendere coscienza della dimensione dell’alterità e sollecita la disposizione interiore all’incontro. Questo è importante lo sappiamo, anche nell'educazione.


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Altro atteggiamento importante che si vive nell’arte e si vive, o si dovrebbe vivere, nell’educazione, è l’empatia, cioè quella capacità di partecipare al mondo dell’altro pur restando se stessi, è una forma di intuizione, andare al tu, andare all’altro da sé, guardare al tu.
L’intuizione è caratteristica evidente dell’artista che sa cogliere l’altra forma, che sa cogliere il suono, il grido a volte impliciti nella realtà, nascosti, ma sa farli venire alla luce, sa farli emergere.
Anche l’educatore dovrebbe far emergere, avere questa capacità di comprensione dall’interno, avere un’immaginazione, Martin Buber la chiama “fantasia reale” cioè capacità di realistica attenzione all’altro nello stesso tempo, una fantasia capace di cogliere ciò che l’altro può diventare.
Ecco allora l’empatia come capacità di cogliere e comprendere e di far emergere ciò che il tu può diventare, la sua utopia.


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Un’altra dimensione importante dell’educazione e dell’arte, è quella che Martin Buber chiama la lotta. C’è una lotta dell’artista con la sua opera e c’è una lotta dell’educatore.
Lotta perché non è facile far uscire quella forma, perché c’è una resistenza della materia a donarsi nell’opera d’arte, ed è implicita anche nell’educazione, nel duro esercizio per far emergere le potenzialità del soggetto educativo attraverso il contributo necessario dell’educazione. È una lotta perché spesso c’è una resistenza del tu a diventare ciò che può e deve diventare, perché spesso c’è una passività, c’è un conformismo.
Buber dice: “L’educazione è lotta con il soggetto” per far emergere quelle potenzialità che tante volte egli stesso si nega, che tante volte impedisce che si verifichino.
E in questa lotta nell’educazione si lasciano dei segni, come nell’arte, insegnare, ecco la lotta autentica dell’educazione.


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È evidente che negli atteggiamenti che ho enumerato - accettazione, empatia, lotta è implicata, sia nell’arte che nell’educazione, una reciprocità, il tu ci cambia, l’altro ci cambia, l’educatore viene educato, l’altro ci induce ad una nuova prospettiva, ad un vederci da un’altrove che sollecita anche una meta- identità, un cambiamento di se stessi.
E anche l’opera ci tocca, ci parla, ci scuote, ci cambia, soprattutto i prodotti dell’arte moderna tante volte ci mettono in crisi. Arnaim, psicologo dell’arte, scrive: “Ci sconcertano e ci spaventano questi prodotti perché anziché lusingarci come consumatori e invitarci a collaborare alla truffa del profitto, ci pongono spietatamente di fronte alla verità”.
Ecco a volte la funzione dell’arte autentica di porci di fronte alla verità e non alla  negoziazione del mercato.


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In ultima analisi, in questa lotta complessa che è l’educazione e che è l’arte, siamo chiamati ad essere autori, auctor deriva da augere, il cui significato è far crescere, promuovere, quindi l’autore è colui che fa crescere, promuove e permette la manifestazione di qualcosa che ancora non c’è.
L’artista per essere tale, per essere autore, deve possedere un’interiorità, un testo interiore che poi scrive nella pagina bianca ed ecco che diventa poesia, opera letteraria, testo teatrale, sceneggiatura, oppure l’autore artista scrive sulla tela e diventa un dipinto, sulla pietra, scultura, nello spazio, istallazione artistica, architettura, sulla pellicola si scrivono le trame splendide di certi film.
L’educatore allo stesso modo dovrebbe essere artista, autore capace, lui, l’educatore, di scrivere, come dice Platone, “nell’anima dell’altro”. Nel Fedro, Platone dice: “In un discorso scritto c’è molto di superficiale e di aleatorio, soltanto nella parola dell’educatore, cioè in ciò che si scrive veramente nell’anima, intorno al giusto, al bello e al bene, soltanto in questo c’è chiarezza, pienezza e serietà”.


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L’educatore sa che queste parole devono essere proprio sue come fossero figli suoi, e sa che il discorso, se mai lo ha trovato, egli lo porta dentro di sé, e gli permette di scrivere nell'anima e perciò di diventare autore.
In una pagina bellissima Kirkegard, propone una distinzione tra falso artista e vero artista, e dice così: “Facciamo il caso di due pittori, il primo dice ho viaggiato molto e ho visto molte cose al mondo ma non sono riuscito a trovare un uomo che meritasse un ritratto, né a trovare un qualche paesaggio che fosse l’immagine perfetta della bellezza così da risolvermi a dipingerlo, sempre ho trovato qualche difetto, perciò la mia ricerca è stata inutile”. 


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Un simile pittore sarà mai un grande pittore? Si chiede Kirkegard. Poi prosegue: l’altro pittore invece dice: Io non mi presento come un artista, non ho viaggiato all'estero, però qui, senza uscire dalla piccola cerchia di uomini che sono a me più vicini, non ho trovato un volto così insignificante oppure così difettoso che non avesse qualche lato bello e illuminante, perciò sono contento di esercitare con essi la mia arte”. Non sarebbe proprio questo il segno, dice Kirkegard, che era costui il vero artista, perché portava con sé un qualcosa che l’altro artista dei viaggi non riuscì a trovare in nessuna parte del mondo, probabilmente perché costui non lo portava in sé? Questo dice Kirkegard.


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Rilke, il grande poeta, nella sua lettera ad un giovane poeta dice: “Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate, accusate voi stesso che non siete assai poeta da evocarne la ricchezza, ché per un creatore non esiste povertà, né luoghi poveri e indifferenti.”
Rilke ci invita ad attenerci alle piccole cose che uno vede appena e che in maniera così imprevista possono divenire grandi e incommensurabili. Se avete questo amore per l’inappariscente, allora io credo che questa attitudine ad immaginare, cogliere quanto di grande, quanto di bello c’è nelle piccole cose, sia l’attitudine che potremo chiamare amore per la vita, e potrebbe essere l’attitudine del vero artista e del vero educatore.
In questo senso penso che l’arte e l’educazione possano abbracciarsi e nel nostro contesto avere una funzione veramente importante.


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